Cari Lettori,
ANNUNTIO VOBIS!
Dopo un lungo periodo di assenza, in cui mi sono dedicato con passione allo
studio e alla ricerca sulla storia della maiolica rinascimentale, posso
finalmente annunciarvi che ho scoperto il nome del pittore su maiolica che ha
dipinto la famosa coppa dedicata al pontefice Giulio II Della Rovere e
commissionata dalla famiglia Manzoli di Bologna, attualmente al MET di New York
e siglata da Zuan Maria vasaro: si chiama Quintino, originario di Urbino e nei
documenti figura come Quintino da Urbino - il cognome è sconosciuto. Potrebbe
essere fratello di Francesco Vivanucci, oppure parente stretto di Timoteo Viti.
Si tratta di
un grandissimo pittore su maiolica, molto incisivo, che subisce l’influenza
delle miniature di Giovanni Pietro Birago, importante miniatore e incisore
lombardo operante tra fine XV e inizi XVI sec. alla corte di Ludovico il Moro,
a Milano.
Quintino,
nato e formatosi a Urbino, diventa itinerante agli inizi degli anni Ottanta del
‘400 e gira i centri di produzione dell’Italia centro-settentrionale al seguito
prima di Pietro Caterini Grappe, e poi del figlio Jacopo (Jacopo da
Cafaggiolo). La sua mano, facilmente riconoscibile, la ritrovo in alcune
mattonelle del pavimento Vaselli nella Chiesa di San Petronio a Bologna del
1487. Presumo che la data di nascita si collochi agli inizi degli anni Sessanta
del '400 a Urbino. Quintino collabora con il Pinturicchio negli affreschi
della volta della Biblioteca Piccolomini nel Duomo di Siena nel 1503/1504. Nel
suo itinerare dipinge maioliche a Ravenna, Urbino, Acquapendente, Siena e, per
un lungo periodo a Venezia, in diverse botteghe, quasi sempre al seguito dei
Grappe, sia Pietro che Jacopo.
Muore
probabilmente a Venezia nei primi anni degli anni Trenta del '500.
Quintino ha
un figlio, anch'esso pittore su maiolica, che si chiama Giacomo di Quintino, di
cui non sono ancora riuscito a trovare maioliche a lui attribuibili. Egli ha
anche un nipote che si chiama proprio Nicola da Urbino. Tutta la storia di
Nicola da Urbino si arricchisce così di un ennesimo capitolo che segna l'apice
della debacle degli studiosi accademici.
Per sottolineare
l'importanza di questa mia scoperta, voglio anticiparvi che per anni, per gli
studiosi accademici, tutte le maioliche monogrammate da Nicola di Urbino
(Nicolò, Nicola e Nichola) sono state attribuite prima addirittura al
Pellipario e poi a Nicola di Gabriele Sbraghe. In realtà, sono tutte opere da
attribuire al nipote di Quintino, Nicolò. Quindi, quando T. Wilson negli ultimi
due anni pubblica molte volte le opere certe di Nicola, perché monogrammate
oppure firmate “Nicola da U.”, in realtà sbaglia perché Nicola di Gabriele
Sbraghe è il titolare della bottega di Urbino ma non ha probabilmente mai
dipinto nessuna maiolica.
A Nicola di
Urbino, nipote di Quintino, sono da attribuire tra il 1520 e il 1530, solo per
citare le più importanti: la serie di piatti del Museo Correr a Venezia, il
servizio per Isabella d'Este Gonzaga marchesa di Mantova, il servizio Scalini,
ed altri. La prima opera monogrammata, quella dell'Hermitage, datata 1521 è
eseguita sempre da lui ma a Venezia, non a Urbino.
L'ultima
volta che T. Wilson ha scritto su Nicola di Urbino ha attribuito le sue opere
certe, datate, monogrammate e firmate a un pittore urbinate: Timoteo Viti. In
particolare, la serie di coppe e piatti del Museo Correr di Venezia e il
servizio di Isabella d'Este Gonzaga. Faccio notare che la mano che ha dipinto i
pezzi del Correr è la stessa dei piatti della serie del servizio di Isabella
d'Este Gonzaga, datati 1524, mentre la data di morte di Timoteo Viti è il 7
gennaio 1523.
Per salvare
parzialmente il buon T. Wilson, voglio precisare che Timoteo Viti è sicuramente
il pittore che nella fase giovanile del nostro Quintino lo ha influenzato
maggiormente.
Il nostro
Quintino da Urbino è tra i maggiori pittori su maiolica a cavallo tra fine XV e
inizi XVI sec. Dipinge le sue maioliche con le grottesche classiche, che
ricordano molto da vicino la volta della biblioteca Piccolomini del Duomo di
Siena. Gli smalti della sua maiolica sono molto brillanti; usa già il rosso
nell’ultima decade del Quattrocento. Mi stupisco che il suo corpus delle opere,
così uniforme e affascinante, non abbia mai attirato l’attenzione di qualche
studioso prima di me.
Maiolica a
Venezia – Un pavimento rinascimentale nella chiesa di San Sebastiano; a cura di
Annalisa Perissa Torrini e Francesca Saccardo; Soprintendenza Speciale per il
polo veneziano, ed. Marsilio, 2002; pag. 40, foto 3.
Foto di una mattonella del pavimento Lando nella chiesa di San Sebastiano in
Venezia (datato 1510), recentemente restaurato. Al centro della formella vi sono dipinte quattro lettere in
monogramma (secondo la conservatrice del Museo Correr Francesca Saccardo, le
lettere in monogramma sono cinque (QTLVB), e questo mi ha depistato per molti
anni), ossia le iniziali dei due pittori in maiolica, protagonisti quasi
assoluti di questo pavimento e che provengono entrambi dal Ducato di Urbino: TB
(Tommaso di Bartolo – della famiglia dei Pace di Pesaro) e QU (Quintino da
Urbino). La dott.ssa Saccardo aggiunge una L., ma i pittori che dipingono la
maggior parte delle mattonelle, 383 in totale, sono proprio Tommaso e Quintino;
quindi il monogramma è il marchio di fabbrica del pavimento.
Piatto del British Museum di Londra, n. 215 del cat. di D. Thornton e T. Wilson, 2009, pag. 366.
Il piatto porta sulla tesa il motivo classico a grottesche; al centro un putto che gioca a cavallo di un uccello; molto importante è il cartiglio che sta nella parte sinistra della tesa e che porta le seguenti lettere: Q.U. (Quintino di Urbino) e P.C. (Pietro Caterini). Indica quindi sia il nome del pittore, riportato per primo in quanto più importante, e poi il capobottega. Pietro Caterini è sia pittore che capo di una bottega ad Acquependente, quella dei Grappe e di una a Forlì, del maestro Iero Rubeis. Interessante è l'incisività del mascherone in alto, tipico di Quintino e che figura anche in altre sue maioliche. Sul verso, la palmetta dei Grappe e la losanga tagliata di Pietro Caterini.
Il piatto è databile 1500-1515, e misura: diam: 22.1 cm.
Questo piatto fa parte di una serie famosissima di altri quattro piattini con la stessa tesa a grottesche e un putto che gioca, al centro del cavetto. Questa serie è stata cotta in prevalenza a Venezia, sempre nello stesso periodo.
AGGIORNAMENTO
DEI DATI STATISTICI SULLE VISITE DEL BLOG
Alla fine della passata settimana, le visite hanno toccato il record di 61.500 (alla data odierna il totale delle visite è 61.602). Il dato è particolarmente rilevante perché nei ventisette mesi dalla precedente rilevazione del febbraio 2024 (50.000) le visite hanno mantenuto un incremento superiore al 10%, nonostante che in questo periodo non sono riuscito a pubblicare nessun nuovo post, perché mi sono dedicato prevalentemente alla ricerca, trascurando la stesura dei testi.






