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Cari Lettori,  ANNUNTIO VOBIS! Dopo un lungo periodo di assenza, in cui mi sono dedicato con passione allo studio e alla ricerca sulla s...

venerdì 12 febbraio 2016

Marchio Economico di Remedi Angelo


Lettera allo studioso Riccardo Pivirotto
in merito al suo saggio dedicato ai vascellari
acquesiani Remedi pubblicato
sul Blog "La Maiolica di Acquapendente"



https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWZHZVZHVfSVRIS1E/view

giovedì 19 novembre 2015

 
Invito tutti voi alla mia conferenza che si terrà il 5/12/2015 a Pesaro nel Palazzo della Provincia presso la sala "Abele Bei", durante la quale svelerò la vera identità della Dama dipinta da Leonardo Da Vinci sulla famosa tavola del Louvre - Paris "La Belle Ferronniere"

giovedì 19 marzo 2015

UN PREZIOSO FRAMMENTO IN MAIOLICA
Recentemente mi sono occupato di due placche di Carlo Antonio Grue (Capponi Editore-Marzo 2010) tratte dagli affreschi di Palazzo Pitti a Firenze di Pietro da Cortona (Sala della Stufa – “le quattro età dell’uomo”), maioliche di grande qualità pittorica ed  in quella occasione ho sottolineato con forza il valore artistico e professionale di questo grande figulo di Castelli d’Abruzzo nel XVII secolo. Adesso, in questo mio saggio vi presento un frammento di placca maiolicata, cotta in Urbino, databile al 1573/78 , con Saturno che divora i suoi figli, di mano di un altro grande pittore maiolicaro, Flaminio Fontana (foto n. 1). L’opera è tratta da una famosa stampa di Gian Giacomo Caraglio del 1526 (foto n.2) parte di una serie di venti fogli intitolata “Gli dei dell’Olimpo” da disegni del Rosso Fiorentino, più volte replicate (nove  edizioni) con grande successo e notevole diffusione. I fogli erano numerati (da uno a venti): Saturno è il numero uno e Mercurio il numero tredici (foto n.3)  e secondo il Vasari circolavano  riunite in un libro. La serie di stampe e certamente quella con il Saturno, erano presenti nella bottega dei Fontana di Urbino sin dalla metà del XVI secolo, come dimostra il piatto della Wallace Collection –   numero di catalogo C130 (attribuito : Ducato di Urbino ,1550 circa). Questo maiolica  era di proprietà di un famoso collezionista e mercante morto qualche anno fa e non era mai stato studiato a fondo, forse proprio perché era allo stato di frammento ,fra l’altro mancante di uno spicchio in basso a sinistra, ma principalmente perché nessuno prima del sottoscritto era riuscito a capire di cosa esattamente si trattasse. Una specie di oggetto misterioso, si diceva, dal supporto troppo spesso e compatto, chiaramente segato e quindi parte di un pannello di una stufa in gres smaltato? Comunque quindi qualcosa di scarso valore!!!. La prima volta che l’ho visto sono rimasto subito affascinato dall’incisività del disegno e dalla notevole qualità di quest’opera, a mio avviso straordinaria e sono rimasto naturalmente incuriosito e quindi stimolato dai problemi non solo attributivi ma addirittura identificativi della natura stessa dell’oggetto. Ogni volta che mi sento stimolato da una ceramica particolare,  non comune, scatta in me la molla incontrollabile dell’ansia da ricerca, la voglia di arrivare con ogni mezzo, scientifico o storico-artistico, nel più breve tempo possibile, alla verità, lavorando, se necessario, anche la notte. “Il frammento è molto pittorico perché è un falso ottocentesco”, dicevano in molti e se . come si pensava, faceva parte di una vecchia stufa non sarebbe stato possibile avere risultati attendibili dall’esame della termoluminescenza; sempre per andare controcorrente ho deciso di fare l’analisi presso l’Arcadia di Milano (foto n.4) e la datazione da me proposta (1570/1610) è stata pienamente confermata. “Si tratta di gres smaltato” e quindi, forse, cotto a Firenze nel laboratorio mediceo per la fabbricazione della porcellana? O di una maiolica dipinta e cotta nella bottega di Urbino di Flaminio Fontana? L’analisi della terra eseguita dal professore Bruno Fabbri (vedi particolari allegati) testimonia che trattasi di maiolica cotta a 900/950 gradi in quel di Urbino. Il confronto con le analisi delle argille di Urbino e Casteldurante, specialmente le cave ritrovate proprio tra i due centri vicinissimi, è straordinario, i dati sono quasi sovrapponibili e questo riapre la problematica da me sollevata recentemente sulla possibilità di realizzare un “database” delle argille dei più importanti centri di produzione italiani. L’operazione potrebbe essere realizzata con un investimento tutto sommato modesto, visto che si tratta di integrare e perfezionare i molti dati già in possesso del C.N.R di Faenza. Sarebbe un operazione che potrebbe essere coordinata e sponsorizzata dal M.I.C di Faenza, se la sua dirigenza avesse un sussulto di vitalità, uno scatto di orgoglio.  Purtroppo sperare in questo, pensare che si possa in qualche modo fermare oggi a Faenza  la “macina del degrado” è una pura illusione. Dobbiamo rimboccarci le maniche noi collezionisti ed appassionati e  a proprie spese, far eseguire una serie di analisi tali, con il tempo, da aumentare fino a completare il “database”. Quantomeno questa strategia renderebbe meno gravoso in futuro il completamento del lo studio.
Con questi due esami scientifici, con il ritrovamento delle stampe, sono arrivato in breve tempo, con relativa facilità, a svelare i tanti misteri di questo oggetto straordinario. Mi sono accorto immediatamente che la mano del pittore del Saturno è la stessa del famosissimo e bellissimo vaso attribuito con qualche dubbio, a Flaminio Fontano ed eseguito a Firenze nei laboratori medicei per la porcellana tenera .(British Museum di Londra -scheda n. 473 del catalogo numero di inventario 1889, 7- 10,1 – Foto n.5 ).Da notare lo stesso modo di dipingere il nudo (il Saturno è quasi tre volte più grande dei “nude man” del vaso di Londra),gli  stessi smalti, specialmente il blue-black , a mio avviso proprio nero, le sfumature giallo ocra delle nudità; infine la stessa datazione 1573/1578 circa. Le differenze sono principalmente dovute al diverso supporto: maiolica anziché porcellana tenera e il luogo di produzione Urbino, anziché Firenze. Questo prova che nel periodo 1573/78 questo grande vasaio e figulo ( in seguito preferirò chiamarlo  pittore)  operava nel Casino di S.Marco e contemporaneamente guidava un’altra bottega a Firenze, nonchè quella di famiglia ad Urbino (ipotesi dubitativa avanzata dal re del dubbio Timothy Wilson).
Ho letto tutto quello che è stato scritto sull’attività di Flaminio Fontana, ho visto molte maioliche attribuitegli, credo che solo queste elencate di seguito siano di mano certa del maestro:
-  “Rinfrescatoio” (wine cooler) della Wallace Collection, c 107 di catalogo, siglato F.F.F Urbino 1574,  le  tre effe stanno per Flaminio Fontana Fecit -tratto da un disegno di Taddeo Zuccari con l’”Assedio di Tunisi”
- Targa con San Paolo del British Museum di Londra. ( Foto n.6)
- Vaso del Bargello di Firenze – n.17 del catalogo G-Conti 1971
- Coperchio a forma di Tartaruga  del Castello Sforzesco di Milano n.233 di catalogo, inv. 123.
Oltre naturalmente a varie opere in porcellana medicea tra cui spicca il famoso vaso di Braunschweig pubblicato dalla Lessmann, decorato con paesaggi tipicamente urbinati. Vi è un ponte preciso tra il vaso del British Museum con i “nude man”, il presente frammento e la targa con San Paolo sempre del British Museum. Sulle altre maioliche, prevalentemente dipinte a grottesche, comunque di grande finezza e qualità, è molto più difficile distinguere la mano di Flaminio da quella per esempio dello zio Orazio.
La targa con San Paolo (P.E.S.Paulis – 1583 F.F. “pro ecclesia Santi Pauli”) datata quindi 1583, testimonia che in circa dieci anni il modo di dipingere del maestro è un po’ cambiato: lo sfondo non è più nero ma blu, gli smalti sono diversi con molte velature, salvo l’azzurro del libro che il Santo tiene nella mano destra ( idem i pochi tocchi sulla spada )  che è identico a quello della falce di Saturno. Il volto del Santo è dipinto invece con la stessa incisività notata sul frammento e sul vaso in porcellana.. Questa data è comunque importante poiché non conoscendo cosa e come dipingeva il Nostro prima del 1571 (le sue opere si confondono con quelle dello zio Orazio), e non essendo ancora  note altre maioliche del periodo successivo, non ci resta adesso che studiare bene quelle di questo decennio, passato tra Urbino e Firenze, il suo periodo di massimo splendore. La scoperta del frammento e la sua attribuzione a Flaminio Fontana  confermano con forza quella del vaso in porcellana tenera del British Museum e a mio avviso anche l’altra, che dovrebbe essere scontata poiché siglata , della placca con S.Paolo sempre dello stesso Museo ( leggi nella scheda di T.Wilson la tesi bislacca delle studiose faentine Fiocco e Gherardi).
Quali sono le conclusioni dei miei studi di questi ultimi mesi sul frammento?: penso che Flaminio abbia utilizzato tutti e venti i fogli della serie di stampe del Caraglio per realizzare due placche di cm 65x45 circa (il frammento misura cm 22,5x13,5 con uno spessore di cm 3,5) contenenti ognuna nove/dieci immagini tratte dagli “dei dell’Olimpo in una nicchia”. Le dimensioni della grande placca con San Paolo del British Museum sono cm 51,6x34,7 con uno spessore di cm 3; poiché lo spessore del biscotto è proporzionato alle dimensioni delle placche i 3,5 cm del frammento giustificano i dieci centimetri in più ipotizzati in altezza e larghezza. Le placche di cm 25x20 circa, in maiolica, hanno, in genere, uno spessore di cm 1,5. Una placca è  probabilmente andata dispersa in questi quasi cinque secoli, l’altra  si è rotta e qualcuno ha salvato il frammento con il Saturno e spero, forse, qualcun’ altro (un antiquario di Milano giura di averne visto due  ma non ricorda dove e quando). Ho trovato (foto n.7) in un vecchio catalogo della galleria d’arte “Il Caminetto” di Bologna – 1967- tavola sesta n. 26, una piastrella centinata di cm 13,5x18,5 senza indicazione dello spessore con  Mercurio in una nicchia, attribuito ad Urbino; purtroppo il Mercurio della serie del Caraglio è molto diverso (vada foto 3) e quindi escludo che sia una parte della nostra ipotetica placca. Se qualche collezionista o mercante possiede o conserva qualche foto di altri frammenti di maiolica tratti dalla serie degli “dei dell’Olimpo” mi informi subito, darà un grosso contributo alla ricostruzione del corpus delle opere del  grande “pittore”  Flaminio Fontana.
Sarei molto felice se si potesse, in un prossimo futuro, esporre questo prezioso frammento con il Saturno, accanto al vaso in porcellana medicea del British Museum di Londra, anche per pochi giorni ; in attesa che questo evento si realizzi vi offro, per chiudere, l’opportunità di vederli l’uno accanto all’altro, in modo virtuale, con una ricostruzione digital-fotografica.
 
Alberto Piccini



martedì 7 agosto 2012

"BORNII" D'ACQUA

"BORNÍI" D’ACQUA

OVVERO VASI GRAFFITI SICULO-TOSCANI

di Alberto Piccini
Milano, 2 Agosto 2012
Oggi vi presento un vaso ingobbiato, graffito e in parte maiolicato,
alla maniera toscana, come potete osservare dalla serie di foto
seguenti ( foto 1-4 ).
Questa tipologia ceramica del XVI e XVII Sec. veniva
attribuita dal Cora genericamente alla "zona fiorentina", più
recentemente sono stati indicati come luoghi di produzione :
Montelupo, Borgo S.Lorenzo, Castelfiorentino, Pomarance;
approfitto dell’occasione per aggiungere anche Lucca dove
pochi anni fa sono stati ritrovati moltissimi frammenti e
scarti di fornace ( foto n.5 )
Questo vaso è alto
cm.22,50, larghezza
massima cm.18 , pesa
kg 1,700; ha due anse a
tortiglione poste in alto
dal punto di massima
larghezza alla base del
collo; è ingobbiato e
graffito con un decoro
prevalente a foglie
orientali, interrotto
sul fronte da un grande medaglione con effige di un
personaggio a cavallo; alcuni
dettagli per esempio le vesti
e il cappello del cavaliere, la
briglia del cavallo, una parte
del prato, sono maiolicati con
un ossido di cobalto di una
tonalità particolare, tipico della
ceramica graffita toscana (foto
n. 6 ).
Anche la forma del
vaso è ricorrente
nella ceramica
toscana (foto n. 7
) e il tipo di foglie
è simile a quelle
del piatto stemmato
ritrovato a Lucca.
Il vaso porta inoltre
sul collo e sulla
base ed intorno
al medaglione
centrale, alcuni
decori spesso
ricorrenti sulle
graffite del centro-italia. Il tutto è ricoperto da un pesante
strato di vetrina.
Fin quì tutto normale! Se non fosse per il fatto che sotto il
piede piatto, inciso sulla terracotta rossa,c’è il contratto di
fornitura dei vasi, in numero di 32, con tanto di indicazione
del vasaio,del committente,il prezzo complessivo, la data
ed altro : una vera e straordinaria maiolica-documento! Si
conoscono molti documenti notarili relativi a committenze di
vasi o intere spezierie, ma la descrizione in genere sommaria
rende difficile riconoscere i pezzi sopravvissuti alle ingiurie
del tempo. In questo caso straordinario ,vaso e documento
sono veramente un UNICUM !!!
Vedi sotto foto n. 8 . La trascrizione del testo effettuata con
molte difficoltà dal sottoscritto con l’aiuto prezioso di Fabiano
Buchicchio e di Antonello Governale, senza il cui contributo
non sarei mai riuscito a tradurre il termine dialettale siciliano,
di origine araba, "Burnìi" (vasi d’acqua) :

" 1 ottobre - M(astro).C (ono). Lazzaro Si obbliga a Don
Giuseppe Almerico Sacerdote alla terra di Biscalquino
(Bisacquino) di fargli 32 vasi fia ( o sia) bornìi da qua
(d’acqua) onzi 35 e tarì 15 - 1611.

CENNI STORICI SUI VASAI DELLA FAMIGLIA
LAZZARO :
trattasi di tre fratelli originari di Naso ( Messina ), Geronimo
titolare nella fine del XVI sec.( date dal 1591 al 1606 )
della bottega forse più importante di Palermo,citato come
"Honorabilis Magister" e in grado di realizzare una fornitura
di 4.000 mattoni per il pavimento del Palazzo del Senato in
Palermo.
Pietro e Cono collaborarono sin dagli inizi nella gestione
della bottega e nel 1607, dopo la morte del fratello più
anziano, ereditarono anche quelle di Naso. Successivamente,
nel giugno del 1609, i due fratelli Lazzaro cedettero la
bottega palermitana al maiolicaro Francesco Cipolla e il
mese successivo Cono cedette al fratello Paolo metà degli
attrezzi relativi all’attività di
vasaio al prezzo di onze 56. Paolo
Lazzaro del 1610 sposò la figlia
del maiolicaro Antonino Oliva e
probabilmente continuò l’attività
di vasaio, forse ancora insieme
al fratello Cono che si unì in
matrimonio con un altra donna di
casa OLiva : Raimondetta, e in
società con i cognati a Palermo.
L’unica maiolica firmata di Cono
Lazzaro e datata 1607 è la boccia
con S.Lorenzo pubblicata da
Antonello Governale a pag.88 di "Rectoverso"-Altamura
Editrice-Palermo 1986, recante la seguente iscrizione :
(foto n.9).
Tutti e tre i vasai Lazzaro non sono a mio avviso dei pittori
su maiolica e pertanto usano figuli locali come il Pantaleo
per il vaso con S.Lorenzo o anche probabilmente artefici
provenienti dal centro-italia come per i vasi graffiti oggetto
di questa ricerca. Secondo Rosario Daidone - La Ceramica
Siciliana - Kalos 2005 - il nostro Cono Lazzaro, dopo la morte
di Geronimo si sarebbe trasferito a Naso, pertanto i 32 "bornìi"
d’ acqua potrebbero essere stati prodotti in questa località
del messinese. Cono morirà per peste nel 1626 e Pietro nel
1638. Secondo i due studiosi palermitani, entrambi i fratelli
sarebbero stati analfabeti. Per indicare le caratteristiche
tecnico artistiche di questa bottega palermitana citerò di
seguito alcune frasi tratte dalla pubblicazione di Antonello
Governale : ..".i suoi pezzi (Geronimo) posseggono, come
abbiamo detto, una tavolozza dai colori vivissimi che vanno
dal bleu cobalto dei fondi al bruno manganese, al giallo
vivido, al verde smagliante, all’arancio quasi mattone. Unico
neo di questa produzione è, talora, la mancanza di alcune
parti di smalto e, tal’altra le scolature di colore, che stanno a
denotare talune carenze nella tecnica di cottura."..."quando
adottano il decoro a quartieri lo fanno trasfondendovi un
magico senso d’oriente, con un sempre vigile dosaggio dei
colori e della loro armonia.Da quel pochissimo che sappiamo
della vita di Cono e Paolo Lazzaro dovremmo presumere che
essi mai si mossero dalla Sicilia; eppure le loro maioliche
parlano d’una visione ampia del mondo, d’un’attenzione
curiosa e scevra da pregiudizi e ristrettezze regionalistiche,
volta a captare stimoli artistici validi e nuovi e, se non fosse
per alcune carenze di carattere tecnico, le maioliche di questi
artisti nulla avrebbero da invidiare ad altre di fabbriche più
note ed acclamate."....
Devo segnalare a Governale e a Daidone che leggendo
e studiando le loro pubblicazioni sulla ceramica Siciliana
emerge chiaramente un fatto molto strano : i vasai dell’isola
ma in particolare quelli palermitani avrebbero prodotto
nel XVI e XVII sec. soltanto forme chiuse e tra queste
prevalentemente albarelli e bocce decorati a quartieri con
foglie, grottesche , trofei e soggetti religiosi.
BISACQUINO E DON GIUSEPPE ALMERICO :
è un comune di oltre 5.000 abitanti in provincia di Palermo,
70 km a sud del capoluogo e vicino a Corleone. Il suo nome
deriva forse dall’arabo "buseckuin" - padre del coltello o
molto acquoso - o dal latino "busacque"- ricco d’acqua - Dal
1182 sino al 1812 il paese fu feudo dell’Arcivescovado di
Monreale e retto da un Governatore, pertanto mi concedo
di congetturare che i vasi graffiti fossero destinati proprio a
quest’ultimo, magari impersonato all’epoca proprio da Don
Giuseppe Almerico;, infatti gli Almerici erano una delle
famiglie più importanti del paese. Nel XX sec.il personaggio
più famoso nato a Bisacquino è certamente il regista italo
americano Frank Capra che voglio ricordare con amore
poichè in gioventù quando mi occupavo di cinema era il
simbolo della "American way of life" e le sue opere "Accadde
una notte", "La vita è meravigliosa" e tante altre, erano films
cult dei miei studi, analizzati attentamente sequenza dopo
sequenza ed in particolare mi esercitavo leggendo molte
volte le sceneggiature di Riskin.
Il sito web - www.bisacquino.altervista.org/ cita un atto
,conservato in loco, in cui Don Giuseppe Almerico, sempre
lui, nel 1598, ordina alla bottega di Geronimo Lazzaro,
n.346 vasi al prezzo di onze 30 e tarì 10 forse per il locale
ospedale; la notevole differenza di prezzo con i vasi graffiti
del 1611, non può soltanto derivare dalla grande inflazione
del periodo, ma bensì dalla loro diversa qualità. Il Governale
pubblica su Rectoverso a pag. 72 foto 106 un albarello della
bottega di Geronimo che reca la scritta "Almerico", quindi
non era il maiolicaro che lo dipinse, bensì il solito sacerdote
committente di vasi da Bisacquino.
CONCLUSIONI .
dico spesso agli amici che le mie ricerche sulla maiolica
Italiana sono segnate, infatti il mio incontro con questo bel
vaso graffito dotato di una specie di certificato di nascita
incorporato, che ha quattro secoli di vicende alle spalle e
centinaia di km percorsi, è per me un segno del destino e al
tempo stesso un monumento alle mie tesi sulla Superbottega.
Dimostra l’inadeguatezza dei Lokal-Patriot a risolvere i
problemi relativi al nomadismo dei grandi figuli, gli artisti,
i veri creatori delle meravigliose maioliche dell’epoca.
Antonello Governale infatti ha reagito subito dopo il primo
impatto con le foto di questo vaso, dicendo : ....non ha
nulla che ricordi la cultura maiolicara dell’isola.... non sarà
falso ?...( salvo ricredersi successivamente ).Inoltre data la
conclamata modestia e le carenze culturali degli Accademici
blablaisti, per essi questo vaso rappresenta una trappola
micidiale. Questi ultimi sono in maggioranza, salvo qualche
rara eccezione, Conservatori dei maggiori Musei Italiani
ed Europei, sono professionisti e quindi non fanno ricerca
scientifica perchè
già da molti anni "la ricerca non paga"!!! Inoltre sono riuniti
in "casta" e quindi formano un gruppo di potere che difende
la propria refrattarietà a qualsiasi principio di meritocrazia.
Studiano le maioliche e fanno le loro attribuzioni sulla
base dello "stile" come confessato da Riccardo Gresta
recentemente a Fano, in occasione della presentazione
del bel libro della Francesca Muzio, ma ormai sempre
più spesso, cadono miseramente sotto i colpi delle prove
materiali trovate e presentate dai veri ricercatori. Infatti in
questo panorama di profonda crisi l’unica speranza sono gli
studiosi dilettanti, come il sottoscritto e tanti altri, come nel
passato il Cora, Fanfani,Berardi, la Pelizzoni, tesi a cercare
di fare luce sui tanti buchi neri della storia della maiolica
Italiana del Rinascimento. Per finire, chiedo una risposta ai
miei lettori : è più credibile un dilettante, un collezionista,
un appassionato che però va disperatamente con i propri
mezzi, alla ricerca della verità storica, o un professionista
che si limita a ripetere sino alla noia le tesi vecchie di oltre un
secolo e mai provate senza mettere mai piede in un archivio
e senza sporcarsi le mani per analizzare frammenti, scarti di
fornace o le stesse maioliche oggetto dei loro pseudo studi ?
ALBERTO PICCINI
P.S.
Per rimanere in tema di" casta" vi racconterò un episodio
accaduto circa 12 anni fa, agli inizi del terzo millennio, quando
ero Presidente dell’Associazione Amici del Museo di Arti
Applicate del Castello Sforzesco di Milano. Rovistando nei
depositi, fra le tante casse di frammenti ceramici, sporcandomi
le mani, la camicia e i pantaloni di polvere nera, trovai i resti
di uno straordinario piatto di Carlo Antonio Grue di Castelli
d’Abruzzo, lustrato in oro. D’accordo con il Direttore del
Museo Claudio Salsi, decidemmo di restaurarlo (a mie spese)
; lo studiammo trovando nella Raccolta Bertarelli la stampa
del Bloemart dal Voltone di Palazzo Barberini a Roma di
Pietro da Cortona e poi lo presentammo in una applaudita
conferenza. Tutto nell’ intento per me, di realizzare un
sogno, cioè costruire intorno alle opere d’arte del museo, alla
Raccolta di Stampe Bertarelli e alla Biblioteca d’Arte, un
grande centro di studi per le Arti Applicate. Questa maiolica
straordinaria è ora esposta nelle vetrine del museo,n.480
di catalogo e con la seguente descrizione : alzata con il
"Trionfo di Bacco" , pienamente restituita al patrimonio del
Museo- vedi foto
a lato -. Purtroppo
la responsabile
delle ceramiche
del Museo Grazia
Biscontini Ugolini
e la sua pupilla
Raffaella Ausenda
reagirono con
d i s a p p u n t o ,
per essere state
anticipate dal
sottoscritto nella
s c o p e r t a c h e
avrebbero potuto e dovuto fare loro. Poco tempo dopo, in
occasione di alcune mie osservazioni sulla schedatura delle
maioliche del Museo, si arrivò allo scontro finale grazie
anche all’ostinazione della Carmen Ravanelli Guidoti nel
difendere le attribuzioni delle maioliche emiliane, tutte
faentine naturalmente per la Conservatrice del MIC, anche
quelle, oltre la metà, che secondo il sottoscritto erano state fatte
a Ravenna. Le mie attribuzioni erano supportate da un centinaio
di documenti d’archivio e da moltissimi frammenti che il
Comitato scientifico, composto dalle tre signore e presieduto dal
Direttore, si rifiutò di esaminare. Seguirono immediatamente le
mie dimissioni, quelle di tutti gli altri consiglieri e la chiusura
dell’Associazione Amici del Museo che era stata il fiore
all’occhiello della Direzione di Claudio Salsi.
Racconto adesso questa storia, perchè presenta delle
strane analogie con quella recentissima e decisamente più
importante e clamorosa, relativa ai cento disegni giovanili
del Caravaggio scoperti da due studiosi Maurizio Bernardelli
Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli tra gli oltre 1300 del
fondo Peterzano presso il Museo del Castello Sforzesco.
Mi stupisce la reazione violenta e scomposta dei Dirigenti
del Museo, le minacciate denunce del Comune di Milano,
la formazione di una commissione d’inchiesta, tutte azioni
contro i due studiosi che facendo la scoperta del secolo
contribuiranno ad aumentare enormemente il patrimonio
artistico, culturale ma anche economico e patrimoniale della
Comunità milanese di cui faccio parte anch’io. Grazie mille
Adriana e Maurizio da parte di tutti coloro che a Milano e nel
resto del mondo hanno a cuore la Storia dell’Arte.

( foto n°1-4 ).




(foto n°5)

(foto n°6)

(foto n°7)

(foto n°8)

(foto n°9)

Iscrizione sul vaso (foto n°10)

 (foto n°11)
ALBERTO PICCINI